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Giovani e anziani col Papa


La sfida della Comunità di Sant’Egidio

Benedetto XVI con i "Giovani per la Pace"di Sant'Egidio
“Esco ringiovanito e rafforzato da questa visita”. Con un gesto fuori dal comune Papa Benedetto XVI ha visitato questa mattina la casa famiglia “W gli Anziani” aperta alcuni anni fa dalla Comuntà di Sant’Egidio a Roma. Lo ha fatto nell’Anno europeo dell'invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni e la formula scelta per questo incontro ha dimostrato più di un segno nella direzione auspicata dall’Europa. La scelta infatti di parlare insieme di “invecchiamento attivo” e di “solidarietà tra generazioni” appare particolarmente felice. In un continente come l’Europa dove oltre il 17% della popolazione ha più di 65 anni, invecchiare rischia di divenire un problema più che una chance. Sempre più le conquiste mediche e scientifiche che hanno portato il nostro continente – e ancor più il nostro Paese – a divenire casa di tanti anziani, rischiano di far esplodere una incredibile contraddizione: invece di essere una benedizione, la vecchiaia rischia di trasformarsi in maledizione. Solitudine, abbandono, istituzionalizzazione forzata, segnano la vita di troppi anziani in Italia e nel nord del mondo.
Da tanti anni la Comunità di Sant’Egidio cerca di invertire questo orientamento, con una cultura dell’”età più lunga” in controtendenza, ma anche realizzando opere che mostrino come sia possibile (oltre che più economico e più umano) far vivere gli anziani – anche quelli più malati e meno autosufficienti. E la casa visitata dal Papa oggi – scelta probabilmente proprio per questo – è un segno evidente di questo: un appartamento (casa famiglia) dove vivono alcuni anziani non autosufficienti supportati da un gruppo di volontari, circondato da altri “appartamenti protetti”: vi vivono anziani autosufficienti che però possono sempre chiedere aiuto alla casa principale per qualsiasi necessità. Non è uno degli spersonalizzanti istituti di lungodegenza dove l’anziano vive nell’anonimato e spesso muore nella solitudine. E nemmeno una delle casette nascoste nei dintorni delle grandi città, quelle che talvolta vengono chiuse perché si scoprono anziani legati, sedati o maltrattati.
Qui gli anziani sono al centro delle cure e dell’attenzione: tutto è costruito per loro, alla loro misura e pensando alle loro necessità. E’ in uno di questi appartamenti che pochi mesi fa si è spento un prete generoso, don Bruno Nicolini, che aveva dedicato tutta la sua vita ai Rom e ai Sinti.
Ma la novità di questa visita è anche nell’altra parte dei presenti: i giovani. Sant’Egidio ha posto da sempre la sfida di vivere la solidarietà tra generazioni, ancor di più ha invitato a “riconciliare” le generazioni (e questo sembra ancora più necessario in tempo di crisi, quando sembra che esista una “colpa” dei “vecchi” sulle difficoltà dei giovani). Ha detto questa mattina al Papa il presidente della Comunità Marco Impagliazzo: “i giovani hanno visioni di vita, non temono più la debolezza degli anziani, che diviene anzi occasione di scambio e di amore. E gli anziani sono maestri di affetto e di umanità, vedendo in chi li aiuta quasi un angelo. Gli anziani sognano e i giovani hanno visioni”.
E Benedetto XVI nel suo intervento ha affermato: “Sant’Egidio mediante la solidarietà tra giovani e anziani, ha aiutato a far comprendere come la Chiesa sia effettivamente famiglia di tutte le generazioni, in cui ognuno deve sentirsi “a casa” e dove non regna la logica del profitto e dell’avere, ma quella della gratuità e dell’amore. Quando la vita diventa fragile, negli anni della vecchiaia, non perde mai il suo valore e la sua dignità: ognuno di noi, in qualunque tappa dell’esistenza, è voluto, amato da Dio, ognuno è importante e necessario”.
Emerge con forza la necessità di una "riconciliazione" tra generazioni diverse: i giovani, gli adulti hanno bisogno degli anziani e viceversa. Senza la compagnia, l'anziano stenta a vivere, nella marginalità lo si condanna a morire. Ma anche i giovani hanno bisogno degli anziani per capire il valore della vita. Esiste un bisogno profondo degli anziani nella quotidiana convivenza civile. E vedere oggi quei ragazzi così “normali” sorridere e parlare con l’anziano pontefice, così come fanno durante le settimane dell’anno con gli anziani meno noti e più malconci che visitano negli isituti della Capitale, dava bene il senso di questa riconciliazione: sono giovani che crescono imparando il valore della vita, quello della debolezza, quello della fragilità. Giovani che non solo tratteranno meglio i loro genitori e i loro nonni (come uno di loro ha placidamente “confessato” al Papa), ma che saranno un vero tesoro per la nostra società.
Chapeau a chi ha pensato e realizzato questa visita: in tempo di corvi e di veleni, il Papa visita il tanto cercato “paese reale”, anche quello bello e buono che mette la vita di tutti (e particolarmente dei deboli e dei poveri) al centro perché cresciuta ascoltando il Vangelo.




Marco Giani

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