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I Millennial alla vigilia di un nuovo anno scolastico

Siamo alla vigilia di un nuovo anno scolastico. Come sempre i quotidiani si cimentano nell’illustrare le diverse problematiche che attanagliano la scuola italiana. O riportando interessanti analisi sui cosiddetti millennial, raccontando un mondo giovanile diverso da quello comunemente percepito. Da una gigantesca ricerca sui millennial, condotta dal World Economic Forum, sentendo le opinioni di  25mila giovani dai 18 ai 35 anni in 140 Paesi del mondo, emerge che la maggioranza di essi si definisce come un “cittadino del mondo”. L’86% pensa che la tecnologia finirà per creare nuovi posti di lavoro, anziché distruggerli. Il problema principale a livello globale non è l’Isis ma il cambiamento climatico. Mentre a livello locale non sono i profughi, né l’immigrazione, bensì la trasparenza dei processi decisionali e la corruzione della classe politica a destare le maggiori preoccupazioni. Per quanto concerne gli immigrati: il 73% dei millennial li ospiterebbe volentieri nel suo Paese, il 45% nella sua città, il 41% nel suo quartiere. Ne ha paura solo il 10% tra loro, mentre il 67% prova empatia per la loro situazione. L‘Economist, in una inchiesta apparsa all’inizio dell’anno, ha definito i nostri giovani – quelli che oggi ha tra i quindici e i trent’anni – la generazione più ricca, istruita e libera della Storia. Ad esempio, fa notare il settimanale inglese, «oggi un giovane haitiano (uno dei Paesi più poveri al mondo) passa a scuola più tempo di un giovane italiano nel 1960».
Tuttavia, la realtà è decisamente più articolata. Tornando ad un ambito più scolastico, da insegnante mi è capitato di notare più episodi di quello che in Giappone viene definito Hikukomori che significa “isolarsi, chiudersi, ritirarsi”. Il termine è stato coniato per indicare un numero sempre più crescente di ragazzi che, a partire da un malessere scolastico, abbandonano progressivamente ogni contesto sociale, fino a rinchiudersi in casa nella propria stanza. In inglese tale condizione è indicata con il termine “social with-drawal”. Spesso si tratta di ragazzi che non hanno un vero e proprio disagio psichico riconducibile a categorie psichiatriche. Anzi, questi eremiti metropolitani – come il ha definiti il prof. Gustavo Pietromolli Charmet - appaiono simpatici e persino autoironici. Non pochi esperti hanno sostenuto che siamo di fronte a un nuovo processo di dispersione scolastica che non riguarda esclusivamente giovani demotivati o poco scolarizzati. In altri termini, non siamo di fronte a ragazzi angosciati dai professori e dai loro voti, ma piuttosto dal confronto con i loro coetanei. Si sentono bocciati non dall’istituzione scolastica, ma dalla scuola della vita perché percepiscono di non essere forti e capaci di competere. 
Pertanto, all’inizio di un nuovo anno scolastico, è ragionevole chiedersi come recuperare, aiutare e sostenere questi “eremiti”, accompagnandoli a superare quel timore irragionevole di varcare la soglia della propria classe, per poter iniziare a condividere una realtà non solo virtuale. Questo richiede da parte degli insegnanti diverse “competenze”, per usare un linguaggio invalso in ambito scolastico. Forse più semplicemente occorrerebbe quella che Papa Francesco definisce amabilità, caratterizzata da modi, parole, gesti cortesi: una “scuola di sensibilità e disinteresse” che esige dalla persona che “coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere”.

Antonio Salvati

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