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E’ successo solo tre generazioni fa

Solo 75 anni fa, nel novembre 1938, il Parlamento italiano finiva di varare le Leggi razziali, messe a punto su impulso di Mussolini e approvate in più Consigli dei Ministri. Sul diario di Giuseppe Bottai, gerarca fascista, allora ministro dell’Educazione Nazionale, si legge come il Duce avesse voluto inasprire la prima tranche di disposizioni, farle “più decise e recise”.
L’Italia si accodava alla politica antisemita già da qualche anno in vigore nella Germania nazista (le Leggi di Norimberga sono del settembre 1935). Dopo una vigorosa campagna di stampa e dopo che il “Manifesto degli scienziati razzisti” aveva garantito ai cittadini della penisola l’esistenza di una pura razza italiana (!), incontaminata nonostante secoli di invasioni e migrazioni, si faceva di una minoranza religiosa ben integrata quale quella ebraica in Italia, in insieme di cittadini “di serie B”.
Una serie di provvedimenti vietò agli ebrei italiani il matrimonio con cittadini “ariani”, il servizio militare, l’ammissione ai pubblici impieghi, l’insegnamento nelle scuole e nelle università, l’esercizio delle libere professioni, finanche l’accesso ai luoghi di villeggiatura, il possesso di apparecchi radio, la presenza sull’elenco telefonico.
Si alzava un muro, il muro di un nuovo ghetto, destinato a separare brutalmente vicende ed
esistenze che fin’allora erano state frequentemente e profondamente intrecciate. Come detto da Angelo, ebreo allora ragazzo, “il fatto di essere ebreo, cosa cui non avevo mai dato troppo peso, diveniva improvvisamente l’abisso invalicabile che mi separava dai normali, dai puri, dagli ariani” (citazioni tratte da M. Impagliazzo, La resistenza silenziosa, Guerini e Associati).
Un muro non è mai innocuo, non è mai indolore. Ed anche il muro eretto dal fascismo tra “ariani” ed ebrei non fu né innocuo né indolore. Esso finì per avvelenare le coscienze degli “ariani”, dei privilegiati, nello stesso momento in cui feriva profondamente gli ebrei, gli esclusi.
Se Giorgio Perlasca, l’italiano ex fascista che avrebbe salvato migliaia di ebrei nella Budapest occupata dai nazisti, rimase negativamente colpito dalla legislazione antisemita (“A me diedero molto fastidio le leggi razziali. Non capivo le discriminazioni nei confronti degli ebrei. Tanti ebrei erano miei amici, a Padova, a Trieste, a Fiume”), molti suoi concittadini non si fecero tanti scrupoli, anzi approfittarono della disgrazia nella quale erano caduti gli ebrei.
Tanti negozi scelsero di certificare la propria “arianità” con un cartello, mentre quando i professori ebrei furono costretti a lasciare l’università nessuno dei subentranti “ariani”, se non uno, rifiutò l’incarico.
Ma il danno fu ancora più profondo. Le leggi razziali creavano in effetti una categoria di uomini e di donne che diveniva naturale e lecito guardare con sospetto, ovvero con odio. Il che, oltre a fornire una giustificazione per ogni cattiva coscienza, avrebbe spianato la strada all’idea della necessità di una “soluzione finale”.
Come ha detto Susanna, ebrea sfuggita alle deportazioni, “in tanti si convinsero della nostra colpevolezza: ‘Se li trattano così duramente devono aver commesso qualcosa di tremendo’ si diceva. Questa frase è stata pensata prima in tedesco, poi in francese, poi in russo, poi in italiano …. E la sentenza di morte ha potuto essere eseguita. Quando si giustifica la discriminazione, o la violenza verso una minoranza, lo sterminio diventa possibile”. 

Francesco De Palma

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