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Mahmood, uno di noi


Non mi aspettavo di dover commentare il festival di Sanremo. In tanti anni non l’ho mai seguito. Assicuro non per essere snob, semplicemente non mi sono mai piaciute buona parte delle canzoni rappresentate. Anche l’edizione di quest’anno l’ho seguita superficialmente, tra uno zapping compulsivo e l’altro, soprattutto nel corso della pubblicità. Eppure mi piace Claudio Baglioni, come tanti mi sono innamorato con le sue canzoni. E ho simpatia anche per Claudio Bisio e Virginia Raffaele. Mi spingono a scrivere alcune considerazioni sul Festival appena terminato le polemiche che hanno accolto la vittoria di Mahmood, giovane italo-egiziano. Diligentemente mi sono documentato e ho scoperto che si tratta di un ragazzo che si definisce italiano e si chiama Alessandro, ma ha scelto come nome d’arte Mahmood. Nato e vissuto in Italia, ha un padre egiziano e musulmano; ama definire la sua musica marocco pop, genere che francamente ignoro (e onestamente neanche desidero approfondire) e che qualcuno non ha esitato a definire un apparente ossimoro. Ossimoro che, tuttavia, evoca della musica intesa come fenomeno insieme globale e localmente rielaborato.



Ho ascoltato la sua canzone, ma non è di essa che voglio parlare. Vivo a Roma e conosco tanti cittadini di origine egiziana, compreso il rapper Amir Issaa, madre italiana e padre egiziano, cresciuto a Tor Pignattara. Una sera - dopo essersi esibito al Colosseo nel corso di una edizione della Giornata Internazionale Città per la Vita Città contro la Pena di Morte organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio - mi disse «io qua ci sono nato, non devo integrarmi. Non sono un immigrato e non sono un terrorista, sono un italiano. Non sono un rifugiato e mi piace la pasta e la pizza».
Mahmood e il rapper Amir Issaa sono l’espressione di un’Italia neanche tanto nuova che si è formata in questi ultimi decenni. Un’Italia in cui crescono – ci segnala il sociologo Ambrosini - tra i nostri figli i figli di coppie miste (quasi 19mila matrimoni misti nel 2016, 9,3% del totale), nonché i ragazzi e le ragazze di origine immigrata (quasi 1,3 milioni), ma socializzati, scolarizzati (826.000) e sempre più spesso anche nati nel nostro Paese (quasi 68.000 nel 2017). Si tratta di un’evoluzione demografica che non sconvolge l’identità culturale italiana. Tutt’altro, la rende più composita, variegata e inevitabilmente complessa. In altri termini, abbiamo e avremo sempre più italiani di pelle scura, con gli occhi a mandorla, con il velo o con il turbante, con cognomi irti di consonanti e difficili da pronunciare, di nome Mahmoud, Svetlana, Mariam, Adam, Gabriel, Andrei, Kevin, Daniel, Carlos, e tanti altri. Non è un cambiamento indolore. Ad alcuni di loro, come insegnante di storia, insegno la storia moderna e contemporanea con prevalenti riferimenti alle vicende del nostro paese. Anch’essi fruiscono degli sviluppi della nostra lingua che nel corso del Novecento si è imposta, soprattutto grazie allo sviluppo della diffusione dell’istruzione, della radio, poi della tv. Non solo la Nazionale di calcio sviluppa un senso di appartenenza e di identificazione nazionale.


L’anno scorso, di questi tempi proprio a pochi giorni dell’elezioni politiche del 2018, avevamo già sperimentato la cocente e deludente fine della proposta di riforma della legge sulla cittadinanza. Essa non è neppure nell’agenda del nuovo governo, non rientra nel cosiddetto contratto tra le forze politiche al potere e nei messaggi che lanciano agli elettori. Nessuno vuole porre fine al senso di appartenenza e di identificazione nazionale, caratterizzato da un patrimonio di legami e di codici culturali tutt’altro che obsoleti. Nelle Scuole di lingua e cultura della Comunità di Sant’Egidio si impara, in primo luogo, l'italiano. Si impara quindi a conoscere la cultura italiana nei suoi diversi aspetti, si affrontano i grandi temi del razzismo, della pace e della guerra, si parla dei fondamenti costituzionali della Repubblica, si apprende la storia contemporanea e si insiste sulla necessità di comprendere i diversi mondi di provenienza degli studenti. Ma, soprattutto, le scuole d'italiano sono luoghi dove si costruisce la convivenza, abituandosi a rapportarsi con persone diverse. Sono un vero laboratorio della civiltà del convivere, un modello concreto, una cosiddetta buona pratica, per costruire l'integrazione e la convivenza. Una sfida per il futuro, un’opportunità d’inclusione e di allargamento, anziché di ripiegamento e di chiusura, con nuove energie e nuovi stimoli. Del resto altre soluzioni sono complicate: potremmo mai mandare via questi giovani, che di fatto non hanno più un’altra patria a cui tornare? Oppure potremmo sbiancarli, obbligarli a rinunciare alle loro origini e alla loro storia familiare?
Dimenticavo di dire cosa pensavo delle polemiche dalle quali ero partito: certamente – forse involontariamente – hanno sollevato questioni importanti, ma hanno assunto tratti penosi.

Antonio Salvati

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