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Elezioni europee e il sogno dei migranti


Il celebre saggista austriaco del secolo scorso, Karl Kraus, disse: «La libertà di pensiero ce l’abbiamo, adesso ci vorrebbe il pensiero». Battuta di grande attualità. La nostra società sembra essere in difficoltà in materia di pensiero, soprattutto in vista delle elezioni europee dove le questioni dell’immigrazione e dell’asilo occupano un posto centrale sia a Bruxelles sia all’interno dei Paesi membri. Temi un tempo marginali, oggi sono divenuti prioritari nelle dichiarazioni governative, nei programmi dei partiti e nelle preferenze degli elettori. Alcuni governi, tra cui il nostro, e partiti politici anti-sistema cavalcano la domanda di confini e di una più rigida regolazione degli accessi.
Le istituzioni dell’Unione Europea, i governi e i partiti meno inclini alla deriva "sovranista" affrontano la materia con grosse difficoltà. In democrazia è decisivo il parere degli elettori. Tuttavia, occorre osservare le regole fissate dalle proprie Costituzioni, dalle convenzioni internazionali e dagli stessi accordi sottoscritti nell’ambito dell'UE. Prevale una tensione in cui si ha spesso l’impressione di una mancanza di visione e di strategia: si vorrebbero tenere il grosso degli immigrati e pressoché tutti i rifugiati lontani dalle loro frontiere, ma nello stesso tempo si sono impegnati a difendere i diritti umani e quindi ad accogliere chi fugge da guerre e persecuzioni.


Un libricino di Bauman, Oltre le nazioni. L’Europa tra sovranità e solidarietà, potrebbe costituire una valida di guida alle prossime elezioni europee. L’Europa è stata capace di apprendere l’arte di convivere. «In Europa – spiega Bauman - più che in qualsiasi altro luogo, “l’Altro” è il vicino della porta accanto o di fronte, e gli europei, pur divisi da differenze e alterità, sono costretti, piaccia loro o no, a negoziare le condizioni di negoziato. E’ impossibile esagerare l’importanza di questa opportunità e della risolutezza con cui l’Europa ha saputo coglierla. Essa è divenuta una conditio sine qua non, in tempi in solo cui l’amicizia e una solidarietà energica (o, come si dice oggi, “proattiva”)possono dare alla convivenza umana una struttura stabile. E’ alla luce di questo genere di osservazioni che noi europei dovremmo porci la domanda: quali azioni dobbiamo compiere per realizzare questa vocazione?».
Visto dall’alto, il mondo di oggi si presenta come un arcipelago di diaspore, direbbe sempre Bauman. Le diaspore, avvicinandosi o mescolandosi ad altre diaspore, si arricchiscono e si rafforzano, anziché indebolirsi. Ce lo insegna Tito Livio, storico dell’impero romano: l’ascesa di Roma e del suo impero, durato sei secoli, scaturì dalla prassi sistematica e diffusa con cui si concedevano a tutti i popoli conquistati e annessi pieni diritti di cittadinanza e accesso incondizionato alle più alte cariche dello stato in espansione  (tanti sono stati gli imperatori originari di territori lontani da Roma), mentre gli dèi venerati dai nuovi arrivati erano riconosciuti ed equiparati alle divinità del pantheon di Roma.
Noi europei siamo destinati a vivere in un’era di diasporizzazione crescente e probabilmente inarrestabile. Sono diversi anni che i demografi avvertono che la popolazione dell’Unione europea  (oggi di circa 400 milioni di persone) nei prossimi cinquant’anni è destinata a ridursi a 240 milioni, contribuendo a rendere obsoleto il genere di vita che siamo abituati a condurre e che, tenacemente, vogliamo conservare.

Alla luce di queste considerazioni è assai significativa e degna di nota la candidatura alle prossime elezioni europee del medico Pietro Bartolo, dal 1992 responsabile della prima assistenza medica offerta ai migranti che sbarcano a Lampedusa. Il suo lavoro, più volte riconosciuto anche a livello internazionale, è stato immortalato anche nel documentario Fuocoammare di Francesco Rosi, vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino del 2016. Bartolo ha deciso di candidarsi alle elezioni europee nelle liste del Pd in quota Democrazia solidale – DEMOS, per portare la sua battaglia sulle politiche di accoglienza a Bruxelles. E’ una candidatura che coniuga – per usare le parole di Andrea Riccardi – l’umanesimo con cultura, vissuto, impegno, legami. La convivenza civile ha bisogno di istituzioni che la rappresentino. E soprattutto di persone come Bartolo che aiutano a far rinascere il prestigio della politica o almeno costruire un solido popolo di gente che pensa, agisce, guarda al futuro con una visione.
Pietro Bartolo è il medico che dal 1992 è responsabile della prima assistenza medica offerta ai migranti che sbarcano a Lampedusa. Il suo lavoro, più volte riconosciuto anche a livello internazionale, è stato immortalato anche nel documentario Fuocoammare di Francesco Rosi, vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino del 2016. Racconta Bartolo: «sono il medico che ha visitato più di 350 mila persone – ha più volte raccontato Bartolo - una cifra che può sembrare un’enormità per un solo medico o una sola isola come Lampedusa, ma questo è successo in 28 anni e quindi parliamo di numeri ridicoli. Ci hanno fatto immaginare che sia in atto un’invasione, ma questa è una bugia. L’altro record, e di questo non vado orgoglioso, è quello di essere il medico che ha fatto più ispezioni cadaveriche al mondo. Me ne vergogno e ogni volta sto male, piango, vomito, ho paura, specie quando sono costretto a farle su bambini piccoli o donne che sono ancora legate ai loro figli per il cordone ombelicale. Tuttavia è importante perché attraverso le ispezioni riesci a restituire un’identità e una dignità di persona ai corpi, non sono numeri. Lo sapete quale è il più grande sogno che hanno? Sopravvivere, e questo noi glielo dobbiamo concedere». A chi vuole cacciare le ONG e le navi militari dal Mediterraneo Bartolo replica che hanno ragione: «questa gente non deve arrivare con mezzi che non fanno altro che foraggiare i criminali, ma con i corridoi umanitari, navi e gli aerei. Noi europei abbiamo trattato l’Africa come un grande supermercato, ora dobbiamo restituire qualcosa a queste persone che abbiamo costretto a scappare via, accogliendole».
In un tempo in cui l’accoglienza umanitaria sta diventando sempre più volontaria, e quindi facoltativa; in cui la UE è rigidissima sulle regole applicate alla produzione di latte o di olio di oliva, ma assai flessibile sulla protezione dei diritti umani; ciò che rischiamo di perdere non è soltanto la solidarietà con i rifugiati, bensì il senso e lo spirito del progetto europeo.

Antonio Salvati

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